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La Collana "FRAGMENTA"
La Collana FRAGMENTA presenta dei testi tascabili curati da studiosi di alto livello ed esposti in modo da essere fruibili sia da lettori colti, che vogliano rileggere testi originali, che da giovani studenti che vogliano approfondire una conoscenza che, talvolta, rimane manualistica. Il tipo di carta e l’impaginazione, che necessita dell’uso del tagliacarte, testimoniano il “culto” dell’oggetto libro. Molti dei testi presentano autori collegati alla Repubblica partenopea del 1799, considerata da molti storici frattura rispetto all’antico regime e prodromo del Risorgimento italiano. La scelta nasce dalla volontà di sottolineare la particolare storia del Sud legata al latifondo feudale, baronale ed ecclesiastico, e alla sproporzione tra la capitale e il regno e tra città e campagna, di ritrovare filoni di pensiero che consentano di riconoscere la specificità delle radici culturali delle “diverse” Italie. Nel 18° secolo i problemi del Mezzogiorno furono affrontati con un disegno di respiro ampio che mirava a smantellare le strutture feudali, a fondare lo Stato sui concetti di libertà e uguaglianza, a combattere lo strapotere della Chiesa. Già nella prima metà del secolo Pietro Giannone rivendicava i diritti dello Stato e Tanucci, ministro di Carlo III di Borbone, salito al trono nel 1734, faceva i primi tentativi di riforma per limitare i possedimenti feudali ecclesiastici. Figura di riferimento per la formazione degli illuministi meridionali fu l’abate Antonio Genovesi, titolare d’una cattedra di economia politica nell’Università di Napoli, il quale sosteneva la necessità dell’istruzione per colmare il divario tra gli uomini colti e le masse contadine e di una nuova distribuzione della proprietà per equilibrare l’enorme differenza di condizione tra latifondisti e affittuari senza terra. Ferdinando IV, succeduto al trono nel 1759, tentò la divisione dei demani, legge che rimase inapplicata, e la vendita dei feudi soppressi che ritornarono, comunque, nelle mani della classe sociale che si voleva combattere. Per i riformatori il problema restava l’incapacità di tradurre sul piano economico e sociale i principii giurisdizionali. Se da una parte lo Stato tendeva, attraverso il giurisdizionalismo, a sottoporre alla sua potestà la Chiesa nazionale, a controllare le relazioni tra questa e la Santa Sede, a esercitare misure di vigilanza sulle istituzioni ecclesiastiche, d’altra parte una mentalità, fondamentalmente giuridica, impediva riforme tecniche capaci di intaccare il potere economico e politico. Il pensiero degli illuministi francesi, gli insegnamenti del Genovesi, gli scritti di Giannone e Filangieri, il dibattito sulla proprietà feudale e sull’influenza della Chiesa romana gettarono nuovi semi tra gli intellettuali meridionali. Lo stesso Giansenismo, movimento religioso che tendeva a una riforma religiosa in senso rigoristico e a una conciliazione tra cattolicesimo e protestantesimo e che chiedeva, inoltre, l’indipendenza dei vescovi dalla Santa Sede e che venissero riconosciuti i diritti delle Chiese nazionali, apparve agli illuministi e ai liberali loro possibile alleato poiché con esso condividevano l’avversione alla Chiesa di Roma. Altri avvenimenti di rilievo furono la cacciata dei Gesuiti da Napoli nel 1769 e la diffusione della Massoneria che, attraverso l’ordine degli Illuminati, accentuò l’idea della fratellanza e si aprì verso idee libertarie ed egualitarie. Gli eventi della Rivoluzione francese produssero nel Mezzogiorno da una parte l’irrigidimento della dinastia borbonica che si dissociò dai gruppi riformatori poiché comprese che i propri interessi erano in contrasto con le spinte della borghesia avanzata, dall’altra la presa di posizione delle élites culturali che si divisero tra una “destra” e una “sinistra”. Se ambedue le correnti erano d’accordo sullo smantellamento della struttura feudale, diversa fu la posizione dei Galanti, Calmieri, Delfico che cercarono appigli giuridici per abbattere il potere dei baroni attraverso le riforme e furono protagonisti nel decennio dominato dai francesi nel quale si tentò ancora una volta di tradurre in realtà le riforme settecentesche, prima fra tutte l’eversione della feudalità. ( La potenza baronale, comunque, non diminuì anzi risultò rafforzata; nel Regno il 7% degli acquirenti si impadronì del 65% delle terre in vendita) L’altra corrente, quella dei Filangieri, Pagano, Cirillo, fu spinta dalla volontà di libertà e uguaglianza, si nutrì della cultura tardo illuminista francese e di quella americana, pose in termini filosofici, politici, economici i problemi d’uno Stato riformatore e amministratore. Nel 1792 era stata fondata in Napoli la “Società patriottica” sostituita nel 1794 dal club “Repubblica o morte”, di tendenza repubblicana radicale, e dal club ”Libertà o morte”, di tendenza moderata. Pur essendo nati sotto la spinta degli avvenimenti francesi, pur mostrando la loro contraddittorietà essi aspiravano alla democratizzazione, a lottare contro un potere considerato ormai anacronistico e contro i privilegi della nobiltà e del clero, erano frutto dei filoni di pensiero coltivati nella Napoli settecentesca, artefici, soprattutto i “giacobini”, di una “rivoluzione attiva” che investisse tutte le classi sociali e non fosse subordinata alle ideologie francesi. Nel 1794 viene scoperto un complotto organizzato dai circoli repubblicani per “distruggere i tiranni e istituire un governo popolare repubblicano”. La Giunta di Stato istruì un processo per un centinaio di affiliati che si concluse con numerose condanne e la pena di morte per Emanuele De Deo, Vincenzo Vitaliani e Vincenzo Galiani. La vittoria di Napoleone sull’Austria nel 1796 favorì il sovvertimento degli antichi regimi in Italia, nacquero la Repubblica cisalpina e la Repubblica ligure nel giugno del 1797 e la Repubblica romana nel febbraio 1798. Nel maggio 1798 il Direttorio decise di portare guerra agli Inglesi e Napoleone concepì il piano di colpire l’Inghilterra attraverso l’Egitto; dopo notevoli successi la flotta francese subì il quasi totale affondamento ad Abukir per opera dell’ammiraglio Nelson. Mentre le truppe francesi occupavano Torino e Roma, il re Ferdinando IV entrò nella II Coalizione formata da Inghilterra, Austria, Russia e Impero Ottomano e il 29 ottobre 1798 invase la Repubblica romana (“….il maggior numero de’ consiglieri del re …rimasero fermi nel parere della pace…ma la regina, Mack, Acton, Castelcicala formarono la pluralità e strascinarono l’animo del re……Si pubblica un proclama, col quale il re di Napoli, con equivoche parole, dichiara che egli voleva conservare l’amicizia con la Repubblica francese….non poteva soffrire che fossero invase le terre del papa, che amava come suo antico alleato e rispettava come capo della Chiesa; che avrebbe fatto marciare il suo esercito per restituire il territorio romano al legittimo sovrano - e si lascia il dubbio se questo sovrano fosse o no il papa –“ Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli del 1799 – cap XI, XII, Procaccini, Napoli, 1995) La controffensiva francese guidata dal generale Championnet costrinse l’esercito borbonico alla ritirata e il re fuggì ( “ il re, fatto ingresso pomposo, andò ad abitare il suo palazzo Farnese” … “la plebe scatenata, sotto velo di fede a Dio e al pontefice, spogliò case, trucidò cittadini, affogò nel Tevere molti Giudei, operava disordini gravi e delitti”… “i Romani, per amore della repubblica o per prudenza verso il vincitore, si mostravano della parte francese, per lo che il re Ferdinando, il quale dal giorno 7 stava ad Albano, per natura codardo, impaurendo fuggì, al declinare del giorno 10, verso Napoli. Disse al duca d’Ascoli suo cavaliero, essere brama o sacramento de’ giacobini uccidere i re…esortandolo a mutar vesti e contegno, così ch’egli da re, il re da cavaliere facessero il viaggio” Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, tomo I, libro III, capo III) Arrivato a Napoli mentre le truppe francesi si avvicinavano alla città, temendo di subire la sorte di suo cognato Luigi XVI, il 23 dicembre si imbarcò sul Vanguard di Nelson, avendo cura di portare con sé il denaro dei Banchi e i tesori d’arte fatti preparare dal suo Ministro Acton e dall’ambasciatore inglese sir Hamilton, e scappò verso Palermo affidando l’incarico di Vicario generale al principe Francesco Pignatelli senza lasciargli precise direttive circa i suoi poteri. Dopo un periodo di disordini il Pignatelli il 12 gennaio 1799 firmò una pesante resa con il generale Championnet mentre i giacobini si introdussero nella fortezza di Sant’Elmo dichiarando decaduto il re e proclamando il 21 gennaio la repubblica mentre i lazzari i contrastavano strada per strada l’entrata dei francesi in città. (“ Surse il nome di Lazzaro nel viceregno spagnolo…Fra tanto numero di abbiette genti molti campavano come belve, mal coperti, senza casa, dormendo nel verno in certe cave, nella estate, per benignità di quel cielo, allo scoperto…Si credeva che fossero intorno ai trentamila, poveri, audaci, bramosi e insaziabili di rapine, presti a’ tumulti….Il celebre Tommaso Aniello era capo-lazzaro quando nell’anno 1647 ribellò la città.” Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, Libro III) La Repubblica viene riconosciuta da Championnet che nomina un Governo provvisorio di 25 membri diviso in sei Comitati ( centrale, militare, legislativo, di polizia generale, di finanza, di amministrazione interna ), presidente viene nominato Carlo Lauberg. Proprio negli stessi giorni Ferdinando IV nomina il cardinale Ruffo suo Vicario generale in Calabria per scacciare francesi e giacobini dal Regno. La Repubblica napoletana durò dal 21 gennaio al 13 giugno e le sue vicende si intrecciarono con l’azione del Ruffo. Il cardinale, sbarcato a Reggio, prosegue per Palmi, giunge a Catanzaro, avanza verso la Basilicata e la Puglia. Masse di contadini, i sanfedisti, ingrossano il suo esercito spinti dall’odio per i proprietari identificati con i giacobini. L’avanzata subisce ritardi per l’opposizione di alcune città e si rafforza con nuovi adepti, la politica del cardinale varia a seconda delle circostanze, concede l’abolizione di alcune tasse, fa editti di perdono, compie atrocità, violenze, ruberie. Intanto a Napoli nel mese di marzo vengono votate le leggi per la soppressione dei titoli nobiliari e l’abolizione dei feudi e nel maggio la legge sulla politica economica; si discute sull’organizzazione dei Tribunali e sulla Costituzione. Se non è possibile esprimere giudizi sulla validità dell’attuazione pratica non può sfuggire l’importanza dei principii altamente democratici e dei contenuti precursori dei tempi futuri. Pur essendo impediti da eventi incalzanti, ai quali, comunque, tentarono di dar risposta - la presenza dei francesi che esigevano denaro, la svalutazione monetaria dopo la fuga del re, la fame e la miseria in cui versava il popolo – i repubblicani elaborarono leggi che disegnavano un nuovo ordine politico ed economico. (…” visione nazionale che della rivoluzione ebbero i giacobini. Della loro consapevolezza che la rivoluzione non potesse essere un fatto della sola borghesia, ma dovesse investire tutta la società nazionale, tutte le classi, quelle popolari comprese. E’ questa consapevolezza che determina quel significato di frattura che ebbe rispetto alla storia d’Italia il triennio rivoluzionario… Questa consapevolezza dei giacobini fu alla base di gran parte del movimento settario del primo Ottocento, si fece potentemente sentire sul movimento liberale sino al 1848 e certo influì notevolmente sul movimento mazziniano” De Felice, Italia giacobina, ESI, Napoli, 1965) I patrioti resistettero vari giorni asserragliati nei forti della città, il cardinale Ruffo offrì una capitolazione onorevole garantendo incolumità ma i patti non vennero rispettati da Nelson e cominciò il massacro con impiccagioni e decapitazioni in piazza. Finì in tal modo il fior fiore della intellighenzia napoletana tra gli schiamazzi della plebe; quella plebe che la Pimentel auspicava divenisse “popolo”, che gli spiriti illuminati e i giacobini della repubblica volevano istruita, che, incapace di canalizzare aspettative e bisogni, diventa realista con i Borboni, sanfedista con il Ruffo, si stringe intorno alla croce e agli ecclesiastici, conduce la sua guerra come lazzaro in città e porta la sua violenza contro la feudalità nelle campagne, è con fra’ Diavolo in Terra di Lavoro, balla sotto l’albero della libertà, si darà al banditismo in modo contraddittorio frammischiando l’esser brigante e fuorilegge alle ansie di giustizia sociale. Nel fanatismo della plebe c’è la disperazione nel vedere che nulla cambia, che la terra resta nelle mani degli antichi padroni, c’è la rabbia per le requisizioni e le vessazioni fiscali